L’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus e le sue conseguenze innanzitutto di tipo economico rappresentano sicuramente una circostanza imprevedibile che potrebbe giustificare la richiesta di rinegoziare alcune tipologie di contratti (commerciali, bancari, di lavoro, inerenti alle utenze, ecc.), perché alcune clausole di questi contratti potrebbero all’improvviso – e proprio a causa di questa circostanza – rivelarsi inique.
Vediamo come.

In realtà nell’ordinamento italiano non c’è una norma di carattere generale che implichi in modo automatico la possibilità di rinegoziare, anche in presenza di un’emergenza straordinaria come quella attuale.
Anzi, l’istituto della rinegoziazione contrattuale è previsto solamente per una serie di casi specifici, espressamente indicati dalla legge.

In generale, però, la legge stessa prevede che questo istituto possa essere attivato quando si configura la cosiddetta “eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione” (art. 1467 cod. civ.), ovvero quando a causa di eventi straordinari e imprevedibili (proprio come un’emergenza sanitaria) si determini uno squilibrio tra le prestazioni date e ricevute, non previsto all’atto della stipula del contratto.

Inoltre si può fare riferimento alla corretta interpretazione e applicazione del principio di buona fede (art. 1375 c.c.), che ci consente di ritenere che in effetti possa sussistere un obbligo legale di rinegoziare le clausole divenute eccessivamente onerose.
In buona sostanza, in presenza di una circostanza imprevedibile è possibile fare un’offerta di modifica delle condizioni contrattuali, purché essa sia improntata alla cooperazione e alla buona fede tra i contraenti, in modo da preservare gli interessi dell’altra parte (art. 1218 c.c.).
Si configura una sorta di obbligo di solidarietà, che fa sì che il contratto possa essere rinegoziato per adeguarsi alla nuova realtà della situazione.
E se ci sono questi presupposti, chi riceve la proposta di rinegoziazione ha l’obbligo di accettare le modifiche richieste o proporre soluzioni che, tenuto conto della propria convenienza economica, consentano di ristabilire l’equilibrio.
Se così non dovesse accadere, la parte penalizzata potrebbe presentare una domanda di risoluzione del contratto per inadempimento (e risarcimento del danno conseguente) o una domanda tesa a ottenere un provvedimento che riconduca il contratto a equità.ù

A livello internazionale, peraltro, esistono già testi normativi nei quali è diffusamente delineata la fattispecie della forza maggiore.
Nei Principi Unidroit (Principles of International Commercial Contracts), infatti, è espressamente previsto che, se si verificano circostanze tali da comportare una sostanziale alterazione nell’equilibrio del contratto (la cosiddetta hardship), sorge il diritto alla rinegoziazione.
Negli stessi termini i cosiddetti PECL (Principles of European Contract Law) prevedono anche il potere del giudice di condannare al risarcimento del danno la parte che rifiuti la rinegoziazione, ovvero la conduca in maniera contraria alla buona fede e alla correttezza.

Focalizzata in questi termini, l’attività di professionisti e consulenti, come nel nostro caso, può consistere nell’affiancare privati e aziende per la rinegoziazione dei propri contratti.
E, se la controparte dovesse violare gli obblighi, nel richiedere la risoluzione del contratto per inadempimento  e il risarcimento dell’eventuale danno.

È bene precisare che, oltre alla tutela risarcitoria, si può fondamentalmente sostenere che sussista la possibilità per il Giudice di intervenire per modificare direttamente le clausole contrattuali per ricondurle a equità.