Tutti i dati di coloro che  hanno subìto un pignoramento o sono  stati dichiarati falliti  potranno essere raccolti, da soggetti privati, in elenchi e lì conservati per anni, senza che sia necessario il previo consenso del debitore.

Con delibera n. 96 del 2015  il Garante della Privacy ha cambiato un po’ le regole del “gioco”; le informazioni relative ad un soggetto indebitato o che ha vissuto un momento difficile potranno  essere vendute a chi ne faccia richiesta e abbia bisogno di conoscere i suoi “scheletri nell’armadio”. Solamente  dopo 10 anni i dati dovranno essere cancellati definitivamente e, su di essi, calerà il sipario.

Ecco che le difficoltà di tutti gli italiani saranno dati in pasto alle Società di due intelligence. Questo il nuovo business: aziende private che sparse sul territorio raccoglieranno  tutte le informazioni dei cittadini, per creare poi dei super database e vendere le informazioni a chi ne ha bisogno per fini commerciali.

Alcuni di questi dati sono comunque visibili a tutti, basti pensare ai dati reperibili da una semplice visura ipocatastatale. Per non parlare poi dei dati presenti presso i registri dell’Agenzia delle Entrate, invero, per ogni procedimento giudiziario vi è l’obbligo di  pagare l’imposta di registro di cui il fisco, ovviamente, è a conoscenza.

Ma chi tutela sulla legittima reperibilità dei dati? Quale tutela per il debitore?

Il garante della Privacy se da un lato ha dato via libera a queste agenzie detective, dall’altro ha loro imposto di  assicurarsi che i dati siano esatti e pertinenti rispetto al fine perseguito, pertanto  è necessario che sia annotata la fonte di provenienza dei dati così raccolti e dovrà essere effettuato l’aggiornamento dei medesimi dati nei rapporti informativi.

Tuttavia, tra gli obblighi posti a carico delle predette società non vi è l’ onere di acquisire il previo consenso dagli interessati. Saranno solamente tenute a rendere l’informativa  con  generiche comunicazioni sul proprio sito Internet per eventuali contestazioni.